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George Messenburg – Intervista – 18 luglio 2012

L’intervista


Le attrezzature

Parliamo dell’attrezzatura che ti piace usare.

La cosa più semplice da dire è che odio tutto! Anche i miei prodotti. Non sarei ispirato a migliorare le attrezzature, se mi piacessero troppo.

Quindi ho problemi con tutto, con tutti i microfoni e i pre, veramente con ogni cosa.

Non amo niente delle varie attrezzature; inseguo invece virtualmente la totale trasparenza delle prestazioni di ogni processore e combatto tutto ciò che la ostacola, cercando incessantemente di migliorarne le prestazioni.

Quindi… preferisci le console analogiche o digitali?

Vorrei davvero poter rispondere.

Ovviamente uso microfoni analogici, con una speciale eccezione per il Neumann D, che ritengo sia buono; il KM D è infatti un microfono eccezionale.

L’elaborazione analogica mi piace: utilizzo limiters e equalizzatori analogici, sia i miei processori che alcuni realizzati da altri produttori.

Mi piace mixare nel dominio digitale con una piccola console, prima di tutto perché mi permette di automatizzare ciò di cui ho bisogno, ma anche perché amo sentire un mix, mettendo le mani sul controller e miscelando a braccio, non solo disegnando linee su uno schermo: credo di poterla definire una metodologia analogica su una consolle digitale.

È un modo di lavorare alla vecchia maniera ma con i miglioramenti determinabili per mezzo delle attrezzature di oggi.

Sì, abbiamo imparato ad amare le DAW percé permettono di correggere ogni piccolo dettaglio dimenticato o sottovalutato, senza dover fare il mix daccapo.

talvolta si ha a che fare con brutta traccia vocale o una brutta tromba;  nel jazz mi capita di avere a che fare spesso con le trombe, che spessino suonano le note alte in “falsetto” in modo non sempre corretto, ma possiamo aggiustarle se si tratta di una buona performance con piccoli difetti.

Basta con la vecchia pratica di conservare gli errori per fare un jazz onesto!

In questi casi risulta evidente la grande forza della DAW nel mix: se lavoro su un mix e qualcosa suona male ho la possibilità di sistemarla; io e l’artista possiamo lasciarla com’è oppure aggiustarla… è una importante chance!


Le interazioni coi musicisti

Quando sei con altri musicisti o quando stai discutendo la registrazione o i tuoi metodi, traspare la tua energia positiva nei rapporti con gli artisti e verso la la musica.

Nelle mie registrazioni voglio davvero che i musicisti ascoltino tutto il mix, che si sentano parte del tutto; e voglio che sappiano che sto ascoltando con attenzione tutto ciò che fanno.

Quindi mantengo vivo il contatto e se sento qualcosa che non è molto buono lo comunico in tempo reale, mantenendo un feel positivo col performer già durante la registrazione; ciò aiuta ad ottenere buoni risultati in studio, tramite un feedback rapido.

Quindi stabilisci rapidamente un senso di fiducia.

Comunico qualcosa come: “sto ascoltando quello che stai facendo, non fare errori perché non farò editing con Pro Tools: se non esegui bene dovrai rifarlo”.


I preliminari

Torniamo alla produzione. Quali sono alcune delle prime cose che fai quando inizi a registrare una band? Vai nella sala di ripresa e prendi appunti?

Mi consulto con la band per parlare del progetto molto prima di darci appuntamento in studio

Vado nella loro sala prove.

Se suonano in un club, vado ad ascoltarli lì.

Parliamo di canzoni già concretizzate in un live o in prova.

Se le canzoni non ci sono ancora, parliamo di ciò che gli piace, di ciò che amano, di come suonano, dei loro modelli e di come percepiscono sé stessi, delle loro aspettative future.

Il più delle volte siamo delle medesime opinioni ma talvolta no per cui il rapporto si interrompe sul nascere; ciò capita anche a causa mia: sono troppo esigente, voglio sapere troppo e voglio fare veramente un buon disco, anche secondo la mia visione.

Spesso propongo di realizzare preventivamente una pre-produzione con un cantante e un chitarrista, per avere una anteprima del brano in forma essenziale; talvolta proviamo ad aggiungere delle percussioni o un altro strumento che aiuti a cogliere meglio, pur in maniera sintetica, il senso espressivo del brano.


L’operatività

Abbiamo visto in vari tuoi video quali microfoni usi e il loro posizionamento. C’è qualcosa che fai sempre e qualcosa che non fai mai in uno studio?

Questo è difficile da dire, perché c’è sempre qualcosa che faccio e non c’è mai qualcosa che non faccio mai; posso dire che faccio sempre qualcosa di ricorrente e non evito mai alcune altre cose; l’unica regola è “che non ci sono regole”.

Puoi dirci qualcosa in più sulla fase di missaggio? Come lo affronti?

Sinceramente parto con la prima traccia e infine realizzo un rapido mix automatizzato da salvare nella DAW.

L’artista porterà quel mix a casa per ascoltarlo e molto spesso sarà quella traccia preliminare che diventerà la linea guida da seguire per l’affinamento del lavoro.

Successivamente inizierò a mixare per davvero; man mano che il mix cresce e si modifica, eseguo un salvataggio di ogni fase saliente, per poterla più tardi ritrovare e richiamare se necessario, perciò prendo anche appunti di riferimento sulle varie versioni archiviate.

Quindi se un artista dice: “Sai che adoro il mix che hai fatto subito dopo aver messo la chitarra solista”, cerco quel mix tra i vari salvataggi pregressi, e spesso ho dovuto constatare che l’artista aveva ragione.

Questo approccio leggermente discontinuo è risultato migliore del classico “stai seduto sinché non avrai finito di mixare un brano”.

Ad esempio, ho impiegato molti giorni per missare un brano dei Toto: 4 fottuti giorni per fare un mix, veramente troppo per lavorare di filato senza alternare con altri tipi di interazione.

Preferisco fare una opportuna pausa nel mezzo, cambiare le prospettive d’ascolto, confrontarmi e ricreare i giusti stati d’animo.

Quindi preferisci creare il mix mentre registri. Hai qualche tipo di struttura o metodo di lavoro per il mix?

Utilizzo circa 6 approcci diversi quando inizio un mix da zero:

Un modo è quello di sviluppare un mix ex novo e andare avanti sino a conclusione, un altro modo è ricominciare da zero.

Ho forse 3 modi diversi per iniziare da zero, variando le tracce da cui iniziare, e in che modo gestirle.

Un modo consiste nell’ascoltare una demo della canzone e muovere i faders fino a quando la sorgente più incisiva del mix risulti essere la stessa percepita più incisivamente nel demo.

Un altro modo è quello di far risaltare quanto basta la voce solista e lo strumento di supporto più importante come il piano o la chitarra acustica, la chitarra elettrica o altro; in tal caso inizio così per poi riempire gli spazi con le altre tracce secondarie.

Un altro modo ancora, che utilizzo spesso per il jazz: equilibrare la sezione ritmica completa, poiequilibrare i sassofoni, poi equilibrare le trombe, poi equilibrare i sub-master; nel jazz c’è bisogno di creare un equilibrio naturale ma saldo tra le sezioni.

Dopodiché si può iniziare ad accogliere le varie richieste, da esaudire lavorando più sul suono che sul volume.

Qual è la tua catena di elaborazione del bus mix?

Quasi sempre cerco di iniziare a mixare disponendo di tutti i mezzi necessari.

Avrò quindi a disposizione tutti i miei effetti: riverbero, delay… uso molto PCM96, UAD250 e Altiverb 7.

Poi assegno le tracce a vari sub: batteria e percussioni, basso, chitarra, pianoforte, voce solista, altre voci, orchestra d’archi, sax, trombe,.

E alla fine indirizzo i submaster ad un sommatore, cioè al mio piccolo mixer analogico a 8 canali, in modo da poter gestire tutto da lì in premix, per poi estrapolare da esso il mix finale.

Ma prima realizzo un pre-master.

Quindi, se sto cercando di corrispondere ad un modello, ad un campione o a un suono di esempio, tento di avvicinarmici.

infine utilizzerò uno dei miei limiters preferiti, ad esempio il Massey 2007.

Non mi piace il Waves L3, non mi piace tutto ciò che è multi-banda, di solito non uso multi-banda, ma non posso dire mai, perché talvolta uso il C4.

Non uso mai un vocai rider, come quello di Waves, preferisco mixare a mano.

Cerco quindi di ottenere rapidamente un pre-master che offra una anteprima soddisfacente del mio obiettivo e una buona corrispondenza al modello di riferimento, se utilizzato.

Quindi stai sempre cercando di abbinare qualcosa che hai …

Non esattamente; io sono lì per creare un mix per un artista che ha un’idea di ciò che desidera, ma se invece egli non ha le idee chiare, allora propongo decisamente “il mio mix”, partendo da zero, senza punti di riferimento esterni.

Per quanto riguarda le versioni di missaggio, quante ne fai?

Come ho detto, se prima ho eseguito il recording avrò parecchie versioni salvate durante le varie fasi.

Comunque sia, alla fine ottengo una versione che, aparte piccolissimi ritocchi, dovrà essere a posto.

Non faccio stems: se me lo chiedono mi tiro fuori dal lavoro.

Infine consegnerò comunque 2 versioni, cioè fornirò la “mia versione” ma anche la “versione che piace all’artista”, quella del quale egli abbia detto: “È un grande mix, mi piace, conservalo. ”

Dal mio lavoro dovrà uscire sempre un prodotto con un buon controllo dinamico e buona equalizzazione.

Quando esporto il mix per il mastering, levo dal master bus dal ogni processore dinamico ma lascio l’Eq, perché voglio permettere al fonico del mastering di operare al meglio, specie con la dinamica.

Quindi l’ingegnere del mastering otterrà da me 2 versioni, non 10 o 20.


La didattica

Mi piacerebbe che, da docente, tu parlassi dell’evoluzione che vedi oggi per gli studenti che vogliono diventare ingegneri del suono.

Io e i miei colleghi crediamo che le moderne produzioni discografiche soffrano disperatamente dell’essere destinate al dimenticatoio, non avendo spesso i requisiti per essere ricordata.

Non voglio insegnare a nessuno come fare musica, ma posso dire come esempio: se usiamo la batteria dal vivo in questo modo… ecco venir fuori l’alchimia, ecco che l’incisione crea la storia…. e così con altre scelte che rendono la musica più umana ed espressiva.

Insegnando agli studenti, che sono loro stessi i futuri insegnanti, ottengo un effetto moltiplicatore delle buone idee: essi diventeranno in grado di diffondere alcune buone concezioni e tecniche e definire che cosa sia l’arte del recording e anche cosa non sia.

Qual è il punto di forza di ciascuno di questi ambiti? L’ingegneria audio ha punti di forza, la produzione musicale ha i suoi punti, aiutare gli artisti ha ancora i suoi.

La cosa più importante da capire è: non bisogna riparare un errore generato in uno dei suddetti ambiti utilizzando gli strumenti di un’altro ambito, non si può sistemare un errore di arrangiamento o di esecuzione agendo con l’Eq.

Invece è ad esempio positivo far suonare la band veramente insieme, creando una interazione “da sala prove”, per permettere ai performerà di elaborare spontaneamente il groove, i fraseggi, le dinamiche.

E’ positivo accorgersi immediatamente che il batterista non stia esagerando, levando spazio al cantante, perché ciò potrebbe essere irrisolvibile più tardi.

Fino a quando non lo metti in atto, non sai ancora di avere il potere di dire a un batterista: “Fallo e basta!”

È sempre il momento giusto di consigliare a un batterista e a chicchessia di ascoltare mentre suona.

E’ importante imparare a fargli ascoltare quali schifezze inopportune abbia suonato, per dirgli ad esempio: Ciò che stai eseguendo non permette di sentire i dettagli della voce solista; questa è una canzone molto fina, riesci a coglierlo? Entra nel clima!”.

Mostrare agli studenti come essere efficaci in uno studio, è davvero importante, anche non penso che quanto sopra sia ciò che uno studente si aspetta, in genere le loro domande sono: “Quale plugin dovrei usare su questo?”

Devono invece imparare che più spesso si tratta di saper ascoltare; quindi insegniamo ad effettuare un efficace ascolto critico, come ascoltare i dettagli, spiegando come essi interagiscano; da qui si forma il concetto delle cose su cui lavorare, definendo altresì le corrette priorità.

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